Libri su Pontelongo
1 ago 2007 di zoen2601
Anno : 2004
Autore : Emidio Pichelan
Titolo : Pontelongo un luogo buono per vivere
Storia per parole e immagini di un paese
sul Bacchiglione (1876-1976)
Editrice: Nuova Dimensione
RECENSIONE/Prefazione di Roberto Franco Sindaco di Pontelongo
Troppo spesso le istituzioni ma anche l’opinione pubblica, i cittadini, dimenticano le cose successe: la vita e i protagonisti di un passato remoto ma anche prossimo, i fatti e le vicende di una volta come quelle più recenti. Io sono convinto che il passato ha sempre da insegnarci qualche lezione, oltre che illuminare le nostre scelte e azioni concrete. La fatica di Emidio Pichelan e degli amici dell’archivio storico porta all’oggi ciò che abbiamo vissuto ieri: una memoria, quindi, attraverso la quale poter leggere la realtà complessa in cui viviamo. Un libro colorato da tante fotografie di persone e momenti della vita di un secolo appena passato e già così lontano. Tante immagini di come eravamo e siamo cambiati. Un libro di memoria e fotografie per salvaguardare e valorizzare le nostre radici, la nostra identità. ” E’ bene mantenere le proprie radici. Guai agli sradicati. Le radici si hanno solo nel paese d’origine, nella terra non nel cemento.” E’ il testamento lasciatoci da Norberto Bobbio, uno dei più grandi maestri di pensiero del ventesimo secolo. “Avere un paese vuol dire non essere soli”, aveva scritto molti anni prima un altro piemontese, Cesare Pavese, lo scrittore delle colline, della luna e dei falò. La nostra identità si fonda nella storia e sulle tradizioni di Pontelongo e costituisce una parte della ricca storia della saccisica, di Padova e più in là del Veneto e dell’Italia. Diversi possono essere i modi per tutelare e valorizzare la storia e l’identità di una comunità. I testi di storia locale che finora abbiamo conosciuto raccontano di accadimenti e vite vissute che si susseguono al di la e al di fuori dei contesti provinciali, regionali e nazionali dell’epoca. Sono libri che parlano di casoni, fatiche, miserie, fame, epidemie, quasi con nostalgia, condita da molta retorica, per quel tempo passato. L’opera che andrete a leggere propone un modo nuovo di scrivere la storia di una comunità locale. La storia di Pontelongo, così come narrata, è piena di passione civile e partecipazione emotiva, non corre ai margini degli avvenimenti più grandi e generali, non è vissuta al di fuori ma dentro alle vicende sociali e politiche del tempo, ispirata dalle idee e dalla cultura regionale e nazionale. Una storia minore, letta e ricondotta nella più ampia pagina di quella veneta e italiana. L’autore e gli amici dell’archivio storico hanno un altro merito: la tutela della diversità culturale, proveniente da una storia e da una tradizione vissute in modo originale dalla nostra comunità. La loro e’ un’opera che si oppone all’economia culturale che oggi tenta di affermare il marketing degli stili di vita, forme di vendita commerciale e di intrattenimento che determinano una pericolosa omogeneizzazione della cultura, caratterizzata da “comuni miti di plastica” adottati in quei paesi che si annegano nella “dimenticanza” delle loro tradizioni e storie secolari. Questo bel libro contribuisce poi ad irrobustire le nostre radici e ad arricchire la memoria, dopo i lavori di Andrea Nante, Villa Foscarini Erizzo a Pontelongo, Umberto Marinello, Lager dentro, Lisa Bregantin, Caduti nell’oblio. Esso trae origine da un ventennale impegno di ricerca ed archivio di foto e documenti svolto, “in servizio permanente effettivo”, da Paolo Benvegnù, Adriano Comunian e Giancarlo Zaggia. L’autore non nasconde la sua ambizione fin dal titolo: il racconto di cento anni di avvenimenti e personaggi in parole e immagini. Gli va riconosciuto il merito di aver scritto un libro che ti prende e non lo lasci fin che non l’hai finito. E’ leggibile, godibile e coinvolgente come un libro d’avventure o un film di una storia intensa. Mi viene da aggiungere che non si poteva che scrivere un buon libro visto il luogo di cui si occupa, pensando anche all’origine “forestiera” dell’autore. Le cose che ho imparato, anzitutto! E le cose che verranno a sapere i pontelongani vicini e lontani, residenti, emigrati e immigrati e tra loro gli appassionati di storia locale. Alla fin fine, la storia non è meno importante, soprattutto non è banale o scontata. Le pagine si rincorrono tra avvenimenti drammatici, l’alluvione del 1882 e i bombardamenti del ‘44-’45, ed eventi eccezionali, l’insediamento dello zuccherificio agli albori della prima rivoluzione industriale italiana, tra personaggi dal profilo sicuro e famiglie importanti, tra investimenti e ridisegno urbano, aperture di strade e allargamenti del piccolo cimitero ai bordi del paese, la costruzione di quartieri popolari e le nuove scuole, la Chiesa di Sant’Andrea e il piccolo Vaticano. La comunità prende forma un poco alla volta, nella sua architettura, nel disegno urbano, nella sua anima. E che personaggi! Luigi Ostani, sindaco longevo ed eccezionale che dà un’impronta inconfondibile e duratura nel modo di concepire il ruolo e i compiti della pubblica amministrazione. Nel corso del suo mandato il comune diventa istituzione e strumento di progresso sociale. Il diritto di voto alle donne, l’alfabetizzazione, la presa di coscienza civile e politica sono i temi che contraddistinguono la sua azione amministrativa. Non è un caso che il suo “carisma” cresca in concomitanza con un più ricco terreno culturale, in presenza della prima formazione di una classe operaia, insieme a una classe media innovativa. Sono gli stessi connotati che ritroviamo nelle prime amministrazioni a guida socialista in diversi comuni del Veneto e dell’Italia del nord. Alcune importanti e concrete politiche sociali che oggi appaiono consuete sono concepite e in parte avviate e realizzate in quegli anni a Pontelongo e non negli altri comuni del piovese. Nasce la Casa di Ricovero per i vecchi bisognosi, si sviluppa la scuola comunale con nuove maestre e nuove classi, si realizzano le campagne di vaccinazione e di prevenzione sanitaria contro le malattie dell’epoca. Ciò che oggi è definito stato sociale, allora era assistenza vitale svolta con onestà ed efficienza moderna. Si può affermare che l’Amministrazione Ostani costituì, assieme ai tanti comuni retti da sindaci riformisti, un modello di buon governo dell’ente locale. Il modello sul quale si fondò l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia che non a caso vide Pontelongo tra i soci fondatori. In questo contesto alle elezioni del primo dopoguerra il partito popolare e il partito socialista ricevono il maggior numero di consensi. E sono proprio i popolari locali che si organizzano contemporaneamente a quelli nazionali guidati da don Sturzo. I socialisti saranno nel secondo dopoguerra la maggior forza di opposizione alla democrazia cristiana. E lo stesso Sindaco Ostani che poi ritroviamo moralmente e politicamente coerente nel respingere in Municipio la prima provocazione fascista. Altre due figure emergono tra le altre: Galvan Antonio, filantropo generoso, la cui opera sconfina ben oltre i confini comunali, contribuendo alla crescita e affermazione dell’Università Cattolica di Milano; l’indimenticabile don Valentino Caon, prete di una fede totale e indiscutibile ma anche leader culturale e politico, con la passione del mattone, del cinema, del teatro e del bel canto. E poi lo zuccherificio dei belgi e di Montesi, la Casa del Fascio, il confronto delle idee e delle identità politiche, l’illuminismo amministrativo e la creazione di servizi per i cittadini, le tutele per i più deboli e la centralità dell’associazionismo, l’istituzione della scuola di avviamento industriale e commerciale “G.Marconi”. Grazie all’insediamento dello zuccherificio, Pontelongo pratica in tempi lontanissimi un’embrione di identità europea, molto prima della nascita della CEE e dell’Unione Europea attuale. Ma si tratta anche di una ulteriore esperienza industriale-urbanistica-sociale che meriterebbe di essere annoverata tra quelle più note di Marzotto, Rossi, Camerini e che hanno fatto parlare di un modello veneto nell’industrializzazione nazionale. Nella nascita e nello sviluppo dello stabilimento saccarifero di Pontelongo, chiamato dai nostri “el belio” (il Belgio) per le sue origini societarie, ritroviamo molti elementi comuni alle esperienze citate: la cura diretta dell’insediamento delle maestranze produttive, la creazione di un quartiere operaio e impiegatizio “modello”, l’organizzazione e la promozione di attività ricreative e sportive. Nella sostanza la preoccupazione per il controllo sociale della classe operaia che si veniva a formare. In queste pagine si scoprono, poi, donne e uomini semplici, responsabili e tolleranti, saggi e creativi, una comunità aperta e dinamica da cui trarre insegnamenti sui concetti di bene e di male, di impegno civico e solidarietà autentica. Per le cose cui ho fatto cenno e per le tante altre che si trovano nel libro, mi sento di raccomandarne la lettura: a casa e a scuola, ai giovani e meno giovani. E’ scritto bene, uno stile scorrevole nella struttura e nel periodare. Modellato in una forma comprensibile, appetibile ai palati raffinati e meno. Si ritrovano contenuti, sensazioni e immagini. Solleva anche interrogativi e mi auguro che essi provochino l’apertura di appassionate discussioni. Non è facile scrivere di fatti e personaggi vivi nella memoria della gente. Il recente e compromettente. E’ la storia più vicina, soprattutto quella delle idee e identità che insegna, che spiega, che motiva e aiuta a correggere. Quanto meno insegna a non ripetere gli errori. Un auspicio finale: la storia non finisce qui. Ci sono altre pagine da scrivere e da svelare. E penso in particolare a quella del “belio”. Mi auguro che questo libro sia letto e discusso da tanti pontelongani e “forestieri”, stimolando la curiosità a scoprire nuove microstorie delle nostre comunità locali.
________________________________________________________________________________
Anno : 2004
Autore : Romano Canton
Titolo : Sulle rive del Bacchiglione
Romanzo autobiografico
Editrice: Progetto Editoriale Mariano, p.p. 333
RECENSIONE/Prefazione
PONTELONGO. Un romanzo storico-autobiografico per tracciare la storia sociale della Saccisica e del Bacchiglione attraverso l’epopea di un’antica e nobile casata. «Sulle rive del Bacchiglione», sesta «fatica» letteraria del professor Romano Canton, nato a Bovolenta nel 1919 e sindaco di Pontelongo dal 1951 al 1956, è un romanzo che corre sul filo degli anni che vanno dal 1919 al 1956. Le avventure dello scrittore si inseriscono nella storia della provincia padovana allargandosi poi a un respiro storico nazionale. Come vivevano i ragazzi di quegli anni? E come hanno vissuto gli anni del fascismo, della guerra e della liberazione? Cos’hanno fatto per ricostruire la patria, semidistrutta dai bombardamenti? E’ attorno a queste ed altre domande che si sviluppano le 333 pagine del volume edito da Progetto Editoriale Mariano. Un testo «ricco di pensieri e immagini impossibili da dimenticare» ha detto lo stesso autore, laureato in Pedagogia e vissuto per 32 anni a Pontelongo.
________________________________________________________________________________
Anno : 2003
Autore : Maurizio Baccan, Luca Bezzetto
Titolo : Un restauro del moderno
Il volume raccoglie la tesi di laurea in restauro architettonico del ex-Casa del Fascio di Pontelongo e gli atti della Tavola Rotonda tenutasi il 26 Ottobre 2002
Editrice: Edizioni Essegi, p.p. 80
RECENSIONE/Prefazione
L’ex Casa della G.I.L., o Casa dei Fascio, è uno dei rari esempi d’architettura Futurista nel panorama architettonico veneto. Il manufatto si deve all’Architetto Quirino De Giorgio (Palmanova 1907 – Abano Terme 1998) che lo progettò nel 1937; l’edificio venne realizzato nel 1938 con un congruo contributo della famiglia Montesi, che mise a disposizione il terreno e gran parte delle risorse finanziarie necessarie al completamento dell’opera. Artista palmarino per quest’opera, come per molti manufatti dei periodo, non ricevette alcun compenso; un atteggiamento oggi difficilmente immaginabile. Quest’Architetto, dimenticato frettolosamente da una certa intellighenzia padovana per i suoi trascorsi “politici”, ebbe la capacità e la fortuna di costruire numerosi edifici durante gli anni Trenta; spesso con destinazioni d’uso che esprimevano esigenze di regime, ma che sono oggi un patrimonio d’indubbia utilità, oltre che di notevole spessore artistico ed architettonico. Avendo più di cinquant’anni ed essendo perlopiù di proprietà pubblica, sono edifici vincolati. La nostra tesi ha avuto come soggetto lo studio di quest’edificio, in particolare abbiamo elaborato un progetto di restauro mirato alla sua conservazione; inoltre ci siamo “prodigati” in un progetto architettonico che prevedeva, al posto dell’attuale pista da bocce, la realizzazione di un teatro futurista e di un percorso espositivo all’interno della torre. Tornando al manufatto, le ragioni che ne hanno determinato l’ubicazione, oltre a dover soddisfare le mire speculative dei Montesi, risiedono nel tentativo di creare un nuovo centro, di spostare la vita dei paese verso una nuova agorà; dove questa rivaleggiasse con il centro storico, poiché segno di nuovi valori non esprimibili dal vecchio agglomerato. L’edificio deriva dall’elaborazione di almeno due progetti precedenti, in particolare queste soluzioni differivano nella facciata principale (prospetto sud-est) e nella posizione della torre; l’aspetto definitivo, privo delle sfarzose decorazioni a bassorilievo presenti nei suddetti progetti, si deve quasi certamente a motivazioni di carattere economico.La costruzione è frutto dell’operazione di regime tesa a radicare la presenza dei Partito Fascista nel territorio nazionale, istituzionalizzandola attraverso una serie d’edifici che dovevano essere l’espressione fisica delle sue attività. Nell’edificio sono presenti tutti gli elementi caratterizzanti l’architettura di regime, in tal senso lo possiamo definire come un esempio classico: le decorazioni zoomorfe che rimandano alla mitologia dell’impero Romano, la torre quale elemento significativo della presenza nel territorio, l’arengario, la chiara giustapposizione dei volumi della fabbrica ognuno teso ad assolvere una specifica funzione. Il fascino delle case dei fascio consiste nel fatto che sono una tipologia architettonica singolare, che non trova paragoni prima e che poi scompare parimenti al regime che le ha commissionate. L’opera di De Giorgio, intendendo con ciò le realizzazioni degli anni Trenta, rappresenta un caso eccezionale, poiché espressione architettonica dei movimento Futurista, spesso “dirompente nelle intenzioni, ma confuso nei risultati”. Le case dei fascio, i borghi rurali, sono interventi che esulano da quelli contemplati nel suddetto manifesto; lo spirito con cui l’artista palmarino li affronta è limpidamente futurista. Sono la realizzazione pratica di nuove istanze, espressione d’esigenze, forse anche reazionarie, elaborate in chiave Futurista. De Giorgio fuse una tradizione costruttiva consolidata, realizzata con materiali tradizionali quali il mattone ed il legno, con nuove tecnologie, nella fattispecie l’uso dei cemento armato che negli anni trenta non aveva ancora l’attuale diffusione. E’ in quest’ambito che si misura la valenza dell’architetto. Numerose sono state le destinazioni d’uso susseguitesi nell’edificio. Nel periodo bellico, divenne abitazione e rifugio di sfollati, quindi dopolavoro dei limitrofo zuccherificio e più recentemente fabbrica di cassette di legno; è in questo periodo che avviene l’incendio dell’ex cinema, a causa dei quale andò letteralmente in fumo l’originale compluvio; tuttora ne permangono i segni all’interno e nella superficie della torre. Nonostante il manufatto abbia subito numerosi interventi, l’ultimo dei quali all’inizio degli anni ottanta per opera dell’architetto Melai, a livello statico è tuttora in buone condizioni di conservazione, determinate più dalla bontà dall’iniziale realizzazione che dalla sensibilità dei suoi fruitori; ciò non toglie che sia comunque un oggetto delicato. Delicato, da un punto di vista della capacità di sopportare le trasformazioni che inevitabilmente subirà; se l’identità dell’edificio è ancora chiara, non è detto che lo possa rimanere.
________________________________________________________________________________
Anno : 2003
Autore : Lisa Bregantin
Titolo : Caduti nell’oblio
I soldati di Pontelongo scomparsi nella Grande Guerra
Editrice: Nuova Dimensione Portogruaro (Ve) , pp. 282.
RECENSIONE/Prefazione di Daniele Ceschin
Inserito nella collana Studi, Idee e Documenti dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, il volume di Lisa Bregantin rappresenta un riuscito tentativo di misurarsi con un tema – quello della memoria, qui volutamente declinata fino al suo ossimoro – che rischia di essere sfuggente oppure di essere piegato ad esigenze contingenti. Il minuto punto di osservazione – Pontelongo è un piccolo comune della provincia di Padova – non deve trarre in inganno. In questo caso non siamo infatti di fronte all’ennesimo esempio di recupero della Grande guerra in chiave localistica, bensì ad un approccio per certi versi innovativo alle questioni legate all’evento bellico, ai suoi caduti ed alla conflittuale gestione del loro ricordo. Si parte dal vissuto dei combattenti, dal loro essere quasi sempre contadini-soldati i cui “corpi” sono proiettati sul palcoscenico di una guerra che deve non solo essere “spiegata” dal punto di vista patriottico, ma anche riconsegnata alla famiglia e talvolta alla comunità attraverso un racconto del tutto personale e soggettivo che s’interrompe solo con la morte. Per una sessantina di pontelongani la guerra si conclude proprio in questo modo ed alcuni dei loro nomi non trovano addirittura spazio sulla lapide del locale monumento. Di qui la ricerca degli “eroi dimenticati” in un continuo fraseggio tra memoria ed oblio, in pagine dalle quali traspare forse un atteggiamento d’eccessiva empatia, comunque più di penna e di stile che di sostanza. Consapevole del peso che accanto ai fatti hanno le rappresentazioni, l’autrice non si limita però a restituire alla comunità di Pontelongo la memoria dei suoi caduti e, attraverso una meticolosa ricerca d’archivio, a ricostruirne le singole esperienze biografiche. Ci si muove all’interno di un percorso che da Maurice Halbwachs conduce a Mario Isnenghi, dalla “memoria collettiva” ai “luoghi”, senza peraltro perdere di vista le narrazioni ex post di decine di reduci, ciascuno portatore di una propria memoria individuale la cui gestazione – con tutte le rielaborazioni e mende del caso – ha termine in pieno regime fascista. È in questo senso che il nome sul monumento del paese rimanda quasi sempre alla tomba, ovvero al corpo, la raccolta memoria locale alla messa in scena di un racconto patriottico il cui sfondo si chiama di volta in volta Pasubio, Grappa, Redipuglia, Oslavia. Quello dei caduti diventa alla fine il culto della patria secondo i riti e i cerimoniali che conosciamo. Talvolta però il lutto, almeno nelle sue forme esteriori, non tiene conto delle dissonanze. La presenza di un fucilato per diserzione tra i “caduti” di Pontelongo ricordati sul monumento, costringe poi l’autrice a muoversi sul delicato terreno delle fonti che non dicono e delle impietose sentenze; la complicazione viene comunque risolta attraverso un ampio discorso sulla giustizia militare. L’ultimo capitolo costituisce una sorta di breviario metodologico, insieme riflessione su una ricerca conclusa ed ipotesi sul possibile discorso pubblico intorno alla morte in guerra. Tutti i nodi già sviluppati ampiamente nel volume vengono riproposti in maniera problematica: dal dolore della perdita all’elaborazione del lutto, dai reiterati allontanamenti dalla guerra alla necessità di stabilire un “rapporto con i morti”, dalle rappresentazioni e rievocazioni patriottiche al rapporto con la “memoria di un tempo di scomparsi”.
________________________________________________________________________________
Anno : 2002
Autore : Radames Bissaro
Titolo : Il villaggio di Pontelongo
Ricordi di un tempo che fu a Pontelongo…
Editrice: Tiozzo Art&Print
RECENSIONE/Prefazione di Umberto Marinello
“Per anni Radames Bissaro (conosciuto da tutti i pontelongani come Carino) ha curato sul bollettino parrocchiale del paese una rubrica fissa in cui parlava (a volte in italiano, a volte in dialetto) dei suoi ricordi, delle sue esperienze, di un passato che, seppur recente sul piano temporale, è ormai lontanissimo se si considerano gli usi ed i costumi, il lavoro, il tenore di vita.
E’ un passato che tende a scomparire anche dalla memoria collettiva dato che è fatto soprattutto di vita dura, di stenti, di povertà. Bissaro ha scritto quegli articoli mese dopo mese, senza un progetto preciso, ma soddisfacendo piuttosto ad un bisogno, che via via si andava allargando di dare testimonianza di ciò che è stato.
Il suo lavoro, responsabile dell’ufficio anagrafe del Comune di Pontelongo, (incarico che ha ricoperto per decenni), gli è stato certamente di grande aiuto, perché lo ha costretto a stretti contatti con la realtà paesana e con i suoi abitanti, mettendolo in condizione di conoscere fatti e situazioni che altri ignoravano o ai quali non prestavano la dovuta attenzione. A questo però vanno aggiunti una dote ed un merito particolari: una memoria viva e la capacità di capire e di cogliere l’importanza di cose, fatti, personaggi che hanno scandito la vita del paese per buona parte del secolo scorso. Bissaro, ad un certo punto, anche e soprattutto su sollecitazione dei tanti pontelongani che hanno dovuto emigrare e che sentono profonda nostalgia per la loro terra d’origine e per il loro passato, ha deciso di raccogliere in volume questi suoi scritti e quindi, dopo una scelta accurata ed una doverosa revisione formate degli stessi, ha pensato di dividerli in due parti: una dedicata a quelli più propriamente informativi, ed una in cui la memoria viene per così dire ‘inquinata’ da interventi e rievocazioni di carattere personale. Non si tratta ovviamente di un’opera storica di valore scientifico; è piuttosto la rivisitazione affettuosa del proprio vissuto che coincide con il vissuto di una comunità. E’ anche, per certi versi, un’opera di antropologia culturale, perché apre il sipario dell’oblio su mestieri, usi e costumi che non appartengono Più alla nostra vita attuale. Le persone più anziane ritroveranno in queste pagine luoghi, cose e persone della propria infanzia e della propria giovinezza. I più giovani avranno l’opportunità di conoscere almeno in parte come hanno vissuto i loro padri ed i loro nonni.
Per tutti, credo, sarà una lettura piacevole, una lettura che apre una finestra su ciò che siamo stati”.
________________________________________________________________________________
Anno : 2001
Autore : Biblioteca comunale – Pro Loco
Titolo : Memorie testimonianze di ex internati nei campi di sterminio e di concentramento nazisti raccolte da Umberto Marinello.
________________________________________________________________________________
Anno : 2000
Autore : Umberto Marinello
Titolo : Il Lager dentro
Il cammino di sofferenza di Luigi Bozzato
RECENSIONE/Prefazione di Mario Isnenghi
Il professor Umberto Marinello di Pontelongo, nella Saccisica, è stato insegnante per quarant’anni circa ed è da anni un attivo animatore culturale del territorio e impegnato nel sociale. Con delle ricerche-interviste fatte eseguire dai suoi allievi, in una scuola media a tempo pieno molti anni fa, si è imbattuto nella storia, esemplare e istruttiva, di deportato nei lager nazisti del compaesano Luigi Bozzato (foto a sinistra accanto all’autore). Ne è venuta fuori una vicenda singolare, tristissima, che sa del miracolato e che meritava di essere raccontata in un libro. La storia di Bozzato è comparsa in un primo libro, “Il lager dentro”, uscito nel 2000 per mano del professor Marinello . Quando poi l’ex deportato ha consegnato i suoi quaderni di memorie in dialetto all’amico professore, questi ha cercato di rendere tutta l’incredibile vicenda in buon italiano, e l’anno scorso c’è stata la seconda edizione con la narrazione autobiografica dello stesso Bozzato, a cura di Marinello. La presentazione in paese è avvenuta con un toccante intervento di Sergio Zavoli davanti a un foltissimo pubblico. Professor Marinello, perché la storia di Bozzato ha dell’incredibile e lui ha faticato a farsi credere? Negli anni cinquanta nessuno credeva ai racconti dei reduci dai lager nazisti. Quando il compaesano Bozzato aveva delle crisi di nervi o degli incubi per cui veniva portato in neurologia a Piove di Sacco per calmarlo, la gente diceva “el xe mato”, e non si andava oltre nelle spiegazioni. Quei racconti parevano veramente incredibili. Quasi fino agli anni settanta di questi avvenimenti non si parlava. Una volta che siamo venuti a conoscenza della vicenda di Bozzato, l’abbiamo invitato a scuola. Il risultato è stato uno choc collettivo, per insegnanti e ragazzi. Da allora in poi gli inviti per l’ex deportato perché parlasse della sua storia sono stati numerosi e proseguono tuttora. Tutti volevano sapere delle sue esperienze nei campi di concentramento nazisti tristemente diventati noti. La notizia è uscita dalle scuole, è diventata di dominio pubblico. Dagli anni ottanta ha accompagnato comitive di scolari e di gente adulta nella visita dei lager dove è stato lui: Dachau , Mauthausen, Allach. Sommariamente qual è la storia di Bozzato? Nel 1942 è partito come soldato semplice (nella foto), autiere di camion, per la Jugoslavia. Ha avuto anche lui degli scontri con partigiani locali, è stato ferito due volte e l’hanno salvato per miracolo (miracoli che si ripeteranno!). È stato poi pugnalato alla schiena da un partigiano titino. All’ospedale militare di Abbazia, un ex albergo, è stato ben curato, anche per la presenza di una compaesana crocerossina. Vicino a lui c’era un giovane militare dilaniato da una granata e diventato cieco. Luigi è stato impressionato da questo caso che lo ha fatto riflettere. Ha scoperto che i nemici che doveva combattere erano figli di contadini come lui. È arrivato l’8 settembre 1943, lui ha preso il suo camion, l’hanno caricato di tutto quello che poteva portare e sono scappati verso Trieste. Avendo dovuto abbandonare il camion dopo mille peripezie, da Spalato per arrivare a casa ci ha messo due mesi. Lui credeva che tutto fosse finito e di poter riprendere i suoi lavori in campagna… E invece non era così. I nuovi capi della Repubblica di Salò volevano che ritornasse a combattere. Luigi si dava latitante e per rappresaglia gli hanno incarcerato il padre. Lui senza paura ha preso due bombe a mano e le ha portate sul tavolo del segretario politico con una minaccia. Da questo fatto è partita la spedizione punitiva dei fascisti locali. Alle tre di notte ha sentito arrivare il camion, lui è corso a Piove a piedi, ha preso il treno degli operai ed è arrivato a Mestre, quindi a Tolmezzo dove aveva delle conoscenze. Qui è diventato partigiano. Ma non tutto è filato liscio… Infatti, a causa di una ragazza che faceva il doppio gioco (stava con un partigiano e un tedesco), il suo gruppo è stato scoperto e circondato, ci sono stati morti, fuggitivi e prigionieri. Tra questi c’era Bozzato: è stato portato a Udine, 27 sono stati impiccati subito, gli altri 16 avviati nei campi di concentramento in Germania. È arrivato a Innsbruck assieme a masse di ebrei. Qui sono stati divisi: da una parte gli uomini, dall’altra le donne, i bambini da soli. Sono giunti a Monaco durante un’incursione aerea e il treno è finito in un binario morto, quindi ha ripreso il suo viaggio e sono stati fatti scendere a Dachau. Comincia la vita dura nei campi di concentramento… “Amico di Badoglio, se non sei morto in Italia morirai qui!” è stato il benvenuto. Subito doccia con l’acido delle pulizie e rasatura dei capelli. Saltando varie vicissitudini, bisogna dire che là dentro si è salvato per sbaglio…cambiando la divisa a strisce, con relativo numero di matricola, con un morto che doveva essere bruciato nei forni, ma andiamo per ordine. A un certo punto non ce la faceva più a stare in piedi, si sentiva male per una pleurite. Si presentava all’appello di baracca ma poi si nascondeva tra i mucchi di morti della notte. Un giorno tuttavia c’è stato un appello generale, e qui Luigi risultò ovviamente assente. Il primo giro di ricerca è stato attorno ai reticolati di recinzione del campo con la corrente a 5000 volts, mentre tutti i prigionieri erano fermi in fila in mezzo. Bozzato si accorse che qualcosa non andava, ma ha voluto uscire: è stato subito preso e punito con 50 frustate: è svenuto abbastanza presto ma è riuscito a sopravvivere finendo in una baracca-carcere tutto piagato e senza forze. Credeva di finire in un forno invece è stato portato a Magdeburgo, un campo di transito. Qui ha trovato un capobaracca polacco che si è impietosito di questo ragazzo poco più che ventenne. Quando è riuscito a stare in piedi è stato subito spedito a Mauthausen, uno dei lager più duri e famosi. Qui arrivavano vagoni e vagoni piombati di prigionieri. La situazione era spaventosa: cataste di morti dappertutto, fosse comuni, un “dantesco” scalone della morte, con tre mesi di sopravvivenza programmati! Bisognava portare sulle spalle un pietrone, salire 178 scalini fino alla cima senza cadere: se uno cadeva travolgeva gli altri ed era un macello, ma spesso erano i soldati a spingere i prigionieri prima che arrivassero in alto, o gli stessi prigionieri disperati che volevano farla finita: una selezione cruenta e inimmaginabile (vedi foto). È passato indenne anche in quest’inferno. C’erano le più impensabili torture… Quando poi s’imbattevano in persone che sapevano lavorare, li sfruttavano fino all’ultimo: dopo lo sfinimento finale c’era la camera a gas. Tra le tecniche per distruggerli c’erano l’umiliazione, la decimazione improvvisa, i lavori senza senso come le “buche inutili” che i prigionieri dovevano scavare, gli spostamenti repentini, il muoversi per il campo a carponi, anzi su gomiti e ginocchi, tutte torture raffinate e Bozzato non le ricorda neanche tutte! Un giorno gli dicono che doveva rimanere in baracca: qui lo maltrattano, lo buttano davanti alla porta della camera a gas. Si sveglia di fronte al forno crematorio e ha la forza, l’istinto di incidere la sigla del suo nome accanto alla bocca del forno. È ancora in parte visibile! C’era un mucchio di cadaveri, ha pensato, come accennato, di cambiare la sua divisa con uno di quei poveretti, poi si è unito con i compagni di una baracca: forse qui è stata la sua salvezza…In seguito è stato mandato ad Allach, una specie di dipendenza di Dachau. Un giorno, mentre lavorava a una fossa, si è visto arrivare un pomo con un pezzo di pane ( il rancio era di solito una brodaglia di rape, semola e segatura di legno!). La cosa si è ripetuta e il soldato tedesco troppo “generoso” è stato mandato via. Con l’arrivo delle SS la situazione è cambiata bruscamente e Luigi è stato pestato. Fortunatamente un prigioniero di Dolo è riuscito a portarlo in cucina, a curarlo, e si è ripreso. Quindi è stato assegnato a una fabbrica. Una sera, ritornando al campo, è svenuto. I cani delle SS lo hanno trascinato fino alla baracca. Qui i veneti della cucina lo hanno curato di nuovo e si è ristabilito. A questo punto siamo con gli alleati ormai alle porte… Stavano arrivando. Ai primi di maggio infatti i tedeschi sono scomparsi e poco dopo si sono visti gli americani. È successo che i poveri prigionieri si sono in buona parte ingozzati con tutto il ben di Dio di cui sono stati riforniti, ma i loro corpi non erano più abituati a una normale digestione. Molti sono morti anche così. Luigi si è ricordato, da buon contadino, delle proprietà del carbone, e in questa maniera è riuscito a far riprendere ad intestini e organismo le loro funzioni. E adesso tutti a casa. Da Allach è finito al collegio diocesano Barbarigo, trasformato in ospedale-luogo d’accoglienza per gli ex prigionieri. Uscito dal campo Luigi pesava 35 chili, aveva i polmoni come una ragnatela, poi si è rimesso: era giovane e di forte fibra fisica e morale. Bisogna anche ricordare che i prigionieri del campo dovevano andare a togliere la terra attorno alle bombe a grappolo lanciate dagli americani per essere poi disinnescate. Ovviamente parecchi sono finiti dilaniati in quelle pericolose operazioni. Lui si è salvato ma si è preso una scheggia vagante vicino a un ginocchio che, con gli anni, si è spostata in un polmone: una reliquia materiale che Bozzato si è portato addosso con tutti gli altri dolorosi e atroci ricordi. Una volta a casa per la burocrazia lui era morto a Mauthausen, vero? Infatti, lui l’identità l’aveva persa in quel famoso e provvidenziale cambio di divisa vicino alla massa dei morti…I registri dicevano che lui è scomparso il 24 dicembre 1944 (con il numero 70367, e il triangolo rosso dei prigionieri politici). Quando Luigi diceva che la sua identità adesso era lì in carne e ossa, questo non è bastato per la burocrazia, e c’è stata allora la trafila delle carte per…riportarlo in vita e nella società. Nel 1985 arrivò anche un attestato del presidente Sandro Pertini. Luigi dice sempre negli incontri pubblici che lui perdona ma che non si deve dimenticare… Sì, questa è la sua posizione, perché queste cose non si ripetano più. È il punto che colpisce maggiormente nei suoi interventi ed è un messaggio forte, umanitario e religioso insieme. Non è solo un perdono cristiano: ha sperimentato l’estremo della violenza degli uomini sugli uomini, e vuole che queste violenze siano bandite per sempre, e lo ripete di continuo.
________________________________________________________________________________
Anno : 1999
Autore : Andrea Nante
Titolo : Villa Foscarini Erizzo a Pontelongo
Editrice “La Galiverna”
________________________________________________________________________________
Anno : 1997
Autore : Scuola media di Pontelongo
Titolo : Il Bachiglione a Pontelongo
Storia, tradizione e vita quotidiana di una comunità che vive intorno al fiume
________________________________________________________________________________
Anno :
Comune di Pontelongo
Assessorato alla cultura – Biblioteca comunale
A.Maron
________________________________________________________________________________
Anno : 1995
Iniziativa Biblioteca comunale di Pontelongo
Titolo : Pontelongo-immagini e documenti (1880-1950)
Ricostruiamo la nostra storia”
Editrice “Maseratense” 1995
________________________________________________________________________________
Materiale in parte proveniente dal sito del Comune di Pontelongo
I libri sono disponibili presso la Biblioteca comunale di Pontelongo.
Tel. 049 9776568 – e-mail: biblioteca.pontelongo@mediaplanet.it





